Architettura

Breve storia dell’architettura siciliana e guida alla case tipiche della Sicilia rurale e delle isole minori

Crocevia di popoli e culture per millenni, la Sicilia é un compendio dell’architettura mediterranea a partire dal 1500 a.C. Dall’antichità, quando la Sicilia era una potente colonia della Magna Grecia, ai tre principali indirizzi stilistici che, a partire dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente, raggiunsero un notevole valore e costituiscono motivo di vanto e interesse per l’architettura dell’isola: l’arabo-normanno, il barocco e l’architettura del XIX e XX secolo.

L’antichità

I mirabili resti di architettura antica in Sicilia testimoniano il ruolo centrale che l’isola deteneva nell’antichità per via della sua posizione strategica nel Mediterraneo e della sua florida agricoltura. Il sito archeologico più importante è certamente la Valle dei Templi di Agrigento, uno dei siti UNESCO più visitati al mondo. Altrettanto interessanti sono i templi  di Segesta e Selinunte, oltre ai numerosi siti archeologici di epoca fenicia (1600 a.C.) come quello di Mozia e greco-romani come Tindari, Taormina e Siracusa. Quest’ultima fu, sin dall’epoca della sua fondazione (734 a.C.), la più grande, popolosa e fiorente città della Magna Grecia, nota anche quale patria del più famoso scienziato del mondo antico: Archimede.

Ma la Sicilia custodisce anche un meraviglioso gioiello di architettura rurale di epoca romana: la Villa del Casale di Piazza Armerina. Questa splendida villa ospitava gli ozi di una famiglia patrizia, che ci ha lasciato una delle più belle testimonianze di vita quotidiana del tempo: un mosaico di raffinata e stupefacente bellezza.

L’arabo-normanno

Lo stile così detto “arabo normanno” è il frutto di una fusione storico-culturale unica nel suo genere, che si realizzò in Sicilia nei primi secoli del secondo millennio, quando i Normanni invasero l’isola, allora emirato arabo. Dopo la conquista i Normanni si insediarono sull’isola senza cancellare le tracce della civiltà araba. Anzi affascinati da una così raffinata cultura modificarono il loro gusto e stile originario, dando vita a uno dei più straordinari periodi della storia dell’isola e del Mediterraneo.

Furono gli anni d’oro di Palermo, che dal regno di Ruggero d’Altavilla (1091) alla caduta di Federico II di Svevia, detto “Stupor Mundi” (la meraviglia del mondo), si arricchì di capolavori come la cattedrale di Monreale, il duomo di Cefalù, la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, edifici come la Zisa e la Cuba, lo splendido palazzo dei Normanni (reggia di Orleans) con la Cappella Palatina e la spettacolare Cattedrale, dove ancora oggi sono deposte le reliquie dell’imperatore svevo Federico II, che dalla Sicilia governava un impero che andava dal Reno a Gerusalemme. Giardini paradisiaci, frutto delle più elevate tecnologie di irrigazione del tempo, circondavano la capitale in un lussureggiante abbraccio di palmeti e agrumeti. Le influenze bizantine, arabe e gotiche trovarono spazio in un esperimento stilistico unico, simbolo di una corte e di una fioritura culturale, che vedeva la capitale siciliana primeggiare in Europa, per splendore paragonabile solo a Cordoba, Bisanzio e Baghdad. Era la Sicilia dei cavalieri, dei califfi, dei saraceni e delle “Mille e una notte”. Il porto di Palermo contava da solo più scambi commerciali dell’intera Inghilterra. Questa epoca si chiuse bruscamente con l’assassinio di Corradino di Svevia in piazza mercato a Napoli (1268) e con l’invasione angioina, che segnò l’inizio della resistenza siciliana dei “Vespri” e la fine della sua autonomia e influenza sul Mediterraneo.

Il Barocco siciliano

Passano quattro secoli dalla dominazione sveva, prima che la Sicilia torni ad essere centro culturale di livello internazionale e a esportare di nuovo stili e tendenze. È la fine del XVII secolo, e a dare il via a questa nuova epoca di fermento stilistico è un evento catastrofico di immani proporzioni: il terremoto del Val di Noto del 1693, che rase al suolo tutte le città della Sicilia sud orientale, da Noto a Catania.

Era la fine di un periodo oscuro per tutta l’Europa, di guerre e carestie, ma anche l’inizio di quella che fu definita “l’età dei lumi”. La Sicilia si presentava all’alba del nuovo secolo come vice-regno spagnolo, cui la corona di Madrid aveva conferito un’autonomia particolare, date le mai sopite tendenze autonomiste dell’isola. La Sicilia era, già allora, uno scrigno di tesori accumulati nei secoli dai numerosi nobili che la popolavano.
L’impeto rinnovatore della ricostruzione percorse l’antica e opulenta nobiltà siciliana come una scarica elettrica, scatenando una delle più vaste e radicali speculazioni immobiliari del Settecento all’insegna dello sfarzo e dell’ostentazione scenografica. Il risultato fu un capolavoro: la ricostruzione di Noto, Ragusa, Modica e Catania, è stato uno degli eventi di maggior rilievo nella storia dell’arte del settecento. Anche centri minori come Ispica, Scicli e Palazzolo Acreide furono ricostruiti secondo i nuovi lussuosi dettami architettonici. Di riflesso anche Palermo fu abbellita per non sfigurare, mentre splendide ville sorgevano nel vicino sobborgo di Bagheria. Impressionante e bizzarra è la Villa Palagonia, ribattezzata villa dei mostri, perché ornata da centinaia di statue grottesche.

Nella ricostruzione furono impegnati i migliori architetti del tempo, come il Vaccarini e il Gagliardi. Lo stile barocco era perfetto per la sua forza scenica e la capacità di colpire immediatamente l’osservatore. Le facciate ornate di chiese e palazzi nobiliari, i chiaroscuri e gli stucchi, maschere mostruose e statue di santi, le balconate in pietra e ferro battuto, gli stucchi e gli affreschi degli interni, eleganti giardini e scalinate a vista erano alcune delle caratteristiche di questo stile sfarzoso e sorprendente, segno di una nobiltà potente e bizzarra allo stesso tempo.

L’influenza del barocco siciliano varcò l’oceano. Esso fu usato come modello per la costruzione di città coloniali in Brasile e negli Stati Uniti. Oggi il Val di Noto è un’area protetta dall’UNESCO, come patrimonio culturale dell’umanità.

L’architettura del XIX e XX sec. in Sicilia: Eclettismo e Liberty

Questo è un capitolo della storia dell’architettura siciliana sicuramente meno famoso e studiato dei precedenti, ma che inquadra bene lo spirito innovatore con cui la Sicilia si affaccia all’epoca moderna e industriale. Già nella prima metà dell’Ottocento si afferma in Sicilia uno stile che fonde le diverse tendenze e influssi dell’epoca: elementi neoclassici, rivisitazioni dello stile pompeiano, barocco e tardo settecentesco, il gusto per l’orientale unito a quello anglo-sassone. A questo gusto a dir poco onnivoro, segno di una corte colta e cosmopolita, venne dato il nome di “eclettismo”. L’esempio architettonico più rappresentativo è la deliziosa Palazzina Cinese, situata nel parco della Favorita di Palermo e fatta costruire da Ferdinando di Borbone e dalla moglie Maria Carolina a partire dal 1799.

All’epoca la Sicilia era frequentata da nobili francesi in fuga dal loro paese, funzionari e soldati austriaci, commercianti e ammiragli inglesi, oltre ai nobili spagnoli. Questi la arricchirono di numerosi palazzetti e opere d’arte. Era una Sicilia reazionaria dal punto di vista politico, ma aperta alle tendenze e alle novità artistiche e dei costumi.

Nuova fioritura e forse ultima nella sua storia riceve la Sicilia a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Sulla scia dell’entusiasmo dovuto all’unificazione e al riscatto dalla corona borbonica da parte della borghesia siciliana, nell’isola si avverte un gran fermento culturale. Grazie all’intraprendenza delle grandi famiglie borghesi come Florio, i Whitaker, i Sandron, i Ducrot, i Basile le città si rinnovano ed acquistano un’identità più moderna e ottimista. È l’epoca dei boulevard liberty come viale della Libertà a Palermo, dei teatri dell’opera, tra cui spicca il Massimo di Palermo, opera di Gian Battista e del figlio Ernesto Basile, delle ville e degli stabilimenti balneari, tra cui quello di Mondello, dominato dal Charleston, ottimo esempio del liberty cosmopolita siciliano dell’epoca.

La delusione per una riunificazione gestita male, le guerre e il fascismo fecero sprofondare la Sicilia in uno stato di povertà e torpore dal quale l’isola non si è ancora ripresa completamente. Pochi e sporadici sono gli esempi di buona architettura nella seconda metà del ventesimo secolo, fra cui spiccano il restauro e l’allestimento del Museo di Palazzo Abatellis, palazzo del quattrocento semidistrutto dalla seconda guerra mondiale, da parte del famoso architetto veneziano Carlo Scarpa,  e la surreale Gibellina Nuova, sorta dalle macerie dell’antico borgo raso al suolo dal terremoto del Belice del 1968. Il progetto Gibellina coinvolse decine di architetti e artisti, tra i più famosi di quel tempo: Francesco Venezia, Pietro Consagra, Alessandro Mendini per citarne alcuni. Questo museo d’arte contemporanea a cielo aperto appare purtroppo come un progetto visionario, troppo distante dalle esigenze del territorio e delle vittime del terremoto. A differenza della ricostruzione del Val di Noto di due secoli e mezzo prima, questo esperimento resta emblema del fallimento della moderna visione urbanistica, pur se animata da buoni intenti. A coronamento di questo singolare parco archeologico-contemporaneo citiamo l’opera eccezionale di Alberto Burri, che, quasi a simboleggiare la vittoria della modernità sulle rovine della storia, seppellisce per sempre il borgo di Gibellina Vecchia con una colata di cemento.

L’architettura minore

l fertile territorio siciliano era coltivato già nell’antichità: olivo, vite e soprattutto frumento, tanto che l’isola era chiamata “il granaio di Roma”. Intorno all’anno mille gli arabi, esperti nella canalizzazione delle acque, introdussero la coltivazione degli agrumi. Accanto ai campi coltivati nel corso dei secoli sono state edificate le cosiddette “masserie”, strutture di varia grandezza e tipologia, all’interno delle quali venivano immagazzinati e trasformati i prodotti agricoli ed in cui a volte vivevano anche i contadini.

Nei grandi latifondi e nelle zone più isolate le masserie erano quasi delle strutture fortificate con poche aperture verso l’esterno e con i magazzini, le stalle e le stanze abitate affacciate intorno ad un cortile interno, “il baglio”.
Spesso all’interno o accanto alle masserie sorgevano anche case padronali e dimore di campagna, abitate dai proprietari terrieri nei periodi del raccolto o per la villeggiatura estiva.

Palmenti
Nelle zone coltivate a vigneto una struttura rurale molto caratteristica è il palmento, un grande ambiente in cui si produceva il vino pigiando l’uva in vasche in muratura, disposte su diversi livelli, ed utilizzando dei tradizionali torchi di legno.

Le case delle isole
Le isole che circondano la Sicilia sono state da sempre terre di approdo per i popoli del mediterraneo, porti per la pesca ed i commerci. L’architettura testimonia gli scambi e le influenze soprattutto con la Grecia ed il Nord-Africa, che si riscontrano in particolare nelle case eoliane e nei dammusi panteschi:

Case Eoliane
Le sette isole vulcaniche che compongono l’arcipelago sono caratterizzate da case cubiche, squadrate e dipinte di bianco. Case arrampicate sui pendii assolati in cui non possono mancare degli ombrosi pergolati in legno sostenuti da colonne in muratura. Anche il soffitto delle camere all’ interno è caratterizzato da travi in legno mentre all’esterno è dipinto di bianco.

Dammusi di Pantelleria
Le case di Pantelleria, chiamate “dammusi”, si adattano perfettamente al clima caldo e secco dell’isola. Le mura sono spesse, realizzate con la pietra vulcanica locale. I tetti hanno una conformazione a cupola semicircolare e sono rivestiti all’esterno con un particolare intonaco impermeabile. I blocchi di pietra lasciati a vista nei muri esterni, rendono le case un tutt’uno con il paesaggio di quest’isola conosciuta anche come la Perla Nera del Mediterraneo.

Le Torri costiere
Numerose e fiere si ergono le torri costiere da un capo all’altro della Sicilia. Queste suggestive costruzioni sono state edificate tra il 1200 e il 1800, ma la maggior parte di esse risalgono al periodo 1450-1600, epoca in cui grazie all’espansione nel Mediterraneo dell’impero Ottomano, i pirati saraceni del Nord Africa infestavano le coste del Sud Italia e della Spagna. Queste torri avevano la funzione di avvistamento delle navi nemiche e trasmettevano tramite segnali di fumo di giorno e di fuoco di notte il messaggio alle torri vicine. Nel periodo di massima funzionalità esse permettevano di fare il periplo dell’isola nell’arco di un solo giorno.

Poste ai capi delle baie, su isolotti presso le coste o alle foci dei fiumi a distanza di 10-30 km l’una dall’altra, le torri erano di tre tipi: a pianta quadrata, a forma di cilindro o di cono mozzato. All’interno si sviluppavano su un solo piano, chiuso da un’arcata. Dovevano consentire lo stoccaggio dei viveri per i soldati che le presidiavano e contenevano anche delle stalle per i cavalli. Avevano poche e strette aperture e vi si accedeva tramite scale a corda o tramite ponti levatoi. Il loro aspetto era austero e militare e la facciata che dava sul mare era chiusa, essendo quella più esposta.

Tra le più belle torri costiere ricordiamo quella di Manfria, Torre Muzza, la torre del Marchese di Pollina e quella di Isola delle Femmine.

Le Tonnare
L’intimo e spesso conflittuale rapporto dei siciliani con il mare trova la sua sintesi più profonda nelle tonnare, edifici che testimoniano la millenaria economia marittima mediterranea. La pesca del tonno, introdotta in Sicilia dagli arabi intorno all’anno 1000, ha un nome sinistro di origine latina, “mattanza“, a rievocare la cruenta efferatezza della cattura dei tonni. Essa è stata fino agli albori della società industriale una delle più importanti attività economiche siciliane. Lo svolgimento della battuta di pesca seguiva un rito millenario che aveva nella figura del Rais il suo capo. Il tonno pescato veniva portato nelle tonnare, dove veniva lavorato per ricavarne i prodotti finali, tra cui la bottarga o il tonno sott’olio (introdotto dai Florio nell’Ottocento).

Divenuta col tempo sempre meno redditizia, la pesca del tonno mediterraneo ha abbandonato questa dimensione romantica, ma ci ha lasciato un patrimonio architettonico da curare e conservare. Le tonnare sono presenti in particolare nel trapanese, palermitano, messinese e ragusano. Molte sono andate perse, vittime dell’incuria, ma da Favignana a Capo Passero la costa siciliana è ornata ancora di questi splendidi edifici, cui si sta cercando di ridare la dignità e il valore architettonico che meritano.


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